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La loro salute: La nostra Missione

La Clinica Veterinaria VetLife nasce da un’idea del DR Luca Tiano che ha voluto creare una struttura di eccellenza in grado di trattare tutte le patologie dei piccoli animali. La prima clinica veterinaria a Cosenza concepita con la strutturazione esclusivamente ospedaliera.

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A che età posso adottare un cucciolo o un gattino?

Il cucciolo/gattino deve stare con la madre e i fratellini almeno due mesi, anche nel caso in cui non assuma più il latte materno. Questo periodo di tempo è fondamentale per il suo sviluppo armonioso dal punto di vista fisico, mentale e sociale.

A cosa servono le sverminazioni nei cuccioli e nei gattini?

Gli interventi di sverminazione, programmati dal veterinario curante per i piccoli e per la madre, permettono di eliminare le infestazioni da elminti. I vermi più comunemente riscontrati nei piccoli sono gli ascaridi, trasmessi in genere dalla madre, ma possono essere presenti anche altri tipi di parassiti, che verranno segnalati dal veterinario e trattati a seconda delle necessità.

Quante volte devo vaccinare il mio cucciolo o gattino?

Gli interventi di vaccinazione sono programmati in base all’esposizione a fattori di rischio e alle linee guida internazionali WSAVA. Di norma si inizia il protocollo vaccinale intorno alle 6/8 settimane e si prosegue con interventi scadenzati ogni 2-4 settimane, utilizzando vaccini polivalenti, fino al raggiungimento delle 16 settimane di età. I richiami successivi vengono indicati dal veterinario curante e annotati sul libretto sanitario.

Il microchip è obbligatorio?

Il microchip e l’iscrizione all’anagrafe canina regionale sono obbligatori. Il microchip deve essere applicato a tutti i cuccioli entro i due mesi di vita: quando viene ceduto o venduto, l’animale deve avere già il microchip e occorre effettuare il passaggio di proprietà. Nel gatto l’obbligo sussiste solo nel caso di espatrio, per il passaporto. L’applicazione del microchip è un atto medico che solo il veterinario può eseguire.

Anche i cani e gatti adulti devono essere vaccinati?

È bene che tutti i cani e gatti adulti in buona salute effettuino i richiami vaccinali del tipo e con la cadenza suggeriti dal veterinario curante, che tiene conto della diffusione delle malattie nell’area in cui l’animale vive, del suo stile di vita, del suo stato di salute e della capacità di risposta immunitaria.

Anche i cani e gatti adulti devono essere sverminati?

Anche da adulti gli animali si possono infestare per contatto con feci di soggetti infestati, ad esempio in luoghi apparentemente innocui come i giardinetti pubblici oppure a causa di ospiti intermedi come le pulci. Gli interventi di sverminazione andrebbero preceduti dall’esame coprologico per accertare la presenza e il tipo di parassiti ed è bene che precedano la somministrazione dei vaccini.

A cosa servono gli antiparassitari esterni?

Sono prodotti il cui scopo è quello di eliminare i parassiti esterni (pulci, zecche, acari, pidocchi, zanzare e flebotomi) e di prevenire l’infestazione. L’uso corretto degli antiparassitari permette di ridurre il rischio di trasmissione di malattie infettive come la Leishmaniosi, la Filariosi, le Tick Borne Diseases, la Bartonellosi, l’Emobartonellosi e molte altre. I prodotti vanno scelti ed eventualmente associati su indicazione del medico curante in base alle necessità dell’animale e ai fattori di rischio, evitando con attenzione gli utilizzi non previsti in etichetta. Ad esempio, molti antiparassitari per cani sono estremamente tossici per i gatti e alcuni impiegati nei felini possono causare gravi conseguenze nei conigli.

La Leishmaniosi canina
La Leishmaniosi canina

La Leishmaniosi è una malattia parassitaria molto diffusa in tutta Italia, tanto da essere considerata endemica nella maggior parte del Paese, e potenzialmente mortale.

La parvovirosi canina
La parvovirosi canina

La Parvovirosi è una grave malattia di natura virale estremamente contagiosa e molto spesso letale che ogni anno colpisce moltissimi cani, soprattutto i cuccioli, anche qui in Calabria.

La detartrasi nel cane e nel gatto
La detartrasi nel cane e nel gatto

La detartrasi è un intervento routinario necessario per conservare la salute della bocca dell’animale ed evitare lo sviluppo della malattia parodontale

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Le malattie infettive del coniglio da compagnia: la Mixomatosi

Le malattie infettive del coniglio da compagnia: la Mixomatosi

Il coniglio può contrarre diverse patologie infettive tra le quali è necessario parlare di due in particolare, vista la contagiosità e la gravità dei sintomi che le caratterizzano: la Mixomatosi e la Malattia Emorragica, due malattie virali dall’esito quasi sempre fatale.

In questo articolo affronteremo la Mixomatosi, cercando di spiegare in maniera semplice e diretta quali sono le caratteristiche di questa importante patologia, come riconoscere i sintomi, quali sono i rischi per il tuo coniglio e, soprattutto, come prevenirla.

“Prevenire” è la parola chiave di questa breve trattazione poiché, una volta avvenuta l’infezione, lo sviluppo della malattia in forma grave e letale è l’esito più probabile, soprattutto dal momento che non esistono cure specifiche.

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Il virus della Mixomatosi

L’agente eziologico della Mixomatosi è un Orthopoxvirus, per la precisione un Leporipoxvirus del quale esistono vari ceppi con diversa virulenza.

Questo microorganismo, della dimensione di 250-300 x 200-250 nm (nanometri), dotato di un rivestimento esterno detto envelope e un DNA a doppia catena, può infettare sia il coniglio (Oryctolagus cuniculus) domestico che quello selvatico, nei quali è in grado di scatenare la malattia in forma grave e letale, con meno frequenza il minilepre (Sylvilagus floridanus) e la lepre (Lepus spp.) nella quale, però, determina per lo più solamente infezione.

La prima segnalazione di un’epidemia causata da questo virus è avvenuta in Uruguay nel lontano 1896 e successivamente in California nel 1930.

Nel 1950 il virus venne introdotto volontariamente in Australia ed utilizzato come “arma di distruzione di massa” contro le popolazioni di conigli locali, diversi milioni per la verità, poiché si riproducevano in maniera incontrollata e distruggevano i campi coltivati.

Due anni dopo, la Mixomatosi comparve in Europa e nel 1954 giunse anche in Italia, dove tutt’ora è endemica e miete ogni anno numerose vittime tra i conigli, sia da compagnia che d’allevamento, non sottoposti alla vaccinazione.

Il virus della Mixomatosi è molto resistente nell’ambiente esterno, soprattutto se incluso all’interno di materiale organico.

Come si infetta un coniglio

Questo virus è altamente contagioso ed estremamente diffusibile, il che significa che in caso di focolaio tutti i conigli non vaccinati nel raggio di diversi chilometri sono a rischio di contrarre l’infezione.

Le principali vie di trasmissione accertate sono il contatto diretto tra animale malato e animale sano ma anche quello indiretto, ad esempio attraverso alimenti, gabbie od oggetti contaminati.

Una delle più importanti strategie di diffusione del microorganismo è data dalla possibilità di essere veicolato da vettori ematofagi, ovvero insetti (ad es. zanzare, pulci e pidocchi) o artropodi (ad es. zecche o acari) i quali, una volta entrati in contatto con un animale infetto assumono il virus e possono trasmetterlo a loro volta ad un altro coniglio.

Soprattutto le zanzare devono essere temute in maniera particolare, in quanto sono in grado di spostarsi anche di diversi chilometri, diffondendo così la malattia anche a notevole distanza.

Il coniglio da compagnia, anche se mantenuto al sicuro all’interno delle nostre case, può essere facilmente infettato soprattutto durante la stagione calda ad opera dei ditteri ematofagi alati, in particolare se nelle vicinanze sono presenti conigli selvatici o di allevamento, sia industriale che rurale.

Non a caso, le più grosse epidemie di Mixomatosi si verificano a partire dalla tarda primavera fino all’inizio dell’autunno, ovvero in quei mesi più caldi nei quali gli insetti parassiti sono più numerosi ed attivi.

I sintomi della Mixomatosi

La Mixomatosi può manifestarsi in diverse forme cliniche con decorso più o meno rapido e grave, fortemente influenzato dal ceppo virale (più o meno patogeno).

La forma classica della malattia, quella che si verifica con maggiore frequenza nei conigli non vaccinati, è caratterizzata da un’incubazione (il tempo che intercorre dal contatto con l’agente patogeno e l’insorgenza dei sintomi) di 3-10 giorni.

Il segno clinico più caratteristico è la comparsa di noduli di varie dimensioni intorno agli occhi, al naso, alla bocca, sul padiglione auricolare e sui genitali.

Questi noduli, i cosiddetti “mixomi”, tendono ad ulcerarsi rilasciando del materiale gelatinoso e ricoprendosi di croste.

Sono molto frequenti le infezioni secondarie che aggravano il quadro clinico.

Di conseguenza, oltre ai noduli il proprietario potrà osservare:

  • Rialzo febbrile (solo nella fase iniziale, successivamente l’animale potrebbe diventare ipotermico)
  • Congiuntivite
  • Gonfiore delle palpebre e occhi chiusi
  • Difficoltà respiratoria
  • Depressione
  • Rifiuto del cibo
  • Dimagrimento
  • Disidratazione

In mancanza di cure, l’esito più frequente è il decesso del coniglio entro una decina di giorni dalla comparsa dei sintomi.

Esiste, poi, la forma classica iperacuta, nella quale il paziente giunge a morte nel giro di pochissimi giorni e, a volte, ben prima della comparsa dei caratteristici mixomi, e la forma classica subacuta o cronica, del tutto simile a quella acuta ma con decorso più lento e mortalità che può sopraggiungere anche a distanza di un mese oppure concludersi con la sopravvivenza dell’animale.

Infine è possibile il verificarsi anche di un’altra forma particolare di Mixomatosi, detta “atipica”, nella quale i segni clinici sono per lo più a carico dell’apparato respiratorio e facilmente confondibili con altre patologie.

Trattandosi di una malattia estremamente contagiosa, il soggetto infetto o malato dovrebbe essere immediatamente isolato e tutti i conigli entrati in contatto con lui devono essere considerati a loro volta infetti.

La diagnosi di Mixomatosi

I segni clinici che si manifestano in corso di Mixomatosi sono estremamente caratteristici, nonostante ciò per la conferma diagnostica sono necessari esami di laboratorio volti ad individuare la presenza del virus (ad es. microscopia elettronica, PCR, isolamento virale e Immunofluorescenza diretta, ecc.) o degli anticorpi prodotti dall’animale a seguito dell’infezione (ad es. ELISA, Fissazione del Complemento e Immunofluorescenza indiretta).

Esiste una cura per la Mixomatosi?

Non esiste una cura specifica per la Mixomatosi del coniglio poiché non vi sono, al momento, farmaci e protocolli terapeutici efficaci contro il virus.

Vista la gravità della malattia e l’elevata contagiosità e mortalità, la Mixomatosi è soggetta al Regolamento di Polizia Veterinaria che ne prevede la denuncia obbligatoria all’autorità sanitaria.

Come si previene: la vaccinazione contro la Mixomatosi

In mancanza di una terapia specifica, l’unica possibilità rimane la vaccinazione.

Esistono diversi tipi di vaccini e, di conseguenza, di protocolli vaccinali.

Presso la Clinica Veterinaria VetLife viene impiegato un vaccino bivalente per l’immunizzazione verso la Mixomatosi e la Malattia Emorragica Virale (MEV1), che può essere somministrato ai conigli a partire dalla 5° settimana di vita e per via sottocutanea.

I richiami successivi vengono eseguiti annualmente.

Primo dell’inoculo del vaccino il coniglio viene sottoposto ad uno scrupoloso esame clinico generale per verificarne le condizioni di salute.

La Mixomatosi e l’uomo: può essere un pericolo?

La Mixomatosi è una patologia specie-specifica, ciò significa che non è in grado di infettare altri animali da compagnia come il cane, il gatto, i roditori o i volatili e, di conseguenza, neanche l’essere umano.

La parvovirosi canina

La Parvovirosi è una grave malattia di natura virale estremamente contagiosa e molto spesso letale che ogni anno colpisce moltissimi cani, soprattutto i cuccioli, anche qui in Calabria.

Questa patologia può interessare soggetti di qualunque razza, età e sesso con gravi sintomi, soprattutto i cuccioli e gli animali non vaccinati.

Più comunemente nota con il nome di Gastroenterite Virale, questa patologia può essere efficacemente prevenuta con la vaccinazione, il metodo migliore per proteggere i nostri cani

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La causa della Gastroenterite virale

L’agente eziologico della Parvovirosi, ovvero il microorganismo responsabile dell’infezione, è il Canine Parvovirus di tipo 2 (CPV2), un virus di piccole dimensioni al cui interno è presente un singolo filamento di DNA.

Una caratteristica molto importante di questo patogeno è l’essere sprovvisto di envelope, un particolare rivestimento esterno la cui assenza conferisce alla particella virale un’elevata resistenza nell’ambiente esterno, soprattutto quando è incluso all’interno di materiale organico (ad es. feci).

Il Parvovirus canino è conosciuto ormai da quasi cinquanta anni, da quando fece la sua prima comparsa rendendosi responsabile di numerose epidemie in diversi Paesi.

Immediatamente venne identificato come un agente virale appartenente alla famiglia Parvoviridae, probabile mutazione del già ben noto virus della Panleucopenia felina, conosciuto invece fin dall’inizio del secolo.

Il virus felino, a seguito di una delle numerose mutazioni cui questi microorganismi sono soggetti, sarebbe riuscito ad infettare prima i canidi selvatici e successivamente anche il cane domestico.

Il ceppo virale iniziale, il CPV2, ha dato origine, prima di estinguersi, a tre ceppi distinti ma molto simili tra loro (il CPV2a, il CPV2b e il CPV2c), quelli che attualmente risultano essere i responsabili dell’infezione e della malattia in tutto il Mondo.

Il CPV2 ha come bersaglio le cellule di alcuni tessuti caratterizzati da una elevata attività mitotica, in particolare quelle dei villi intestinali (sia dei giovani che degli adulti) e, nel cucciolo, del miocardio (cuore).

Come si trasmette la Parvovirosi?

L’infezione da Parvovirus si trasmette principalmente per via oro-fecale: un animale infetto elimina grandissime quantità di virus attraverso le feci nell’ambiente e gli altri cani si infetteranno ingerendo le particelle virali.

Dal momento dell’infezione, ovvero del contatto con il virus, alla comparsa della sintomatologia trascorrono in genere 3-4 giorni, a volte fino ad una settimana.

Particolarmente a rischio, in questo senso, sono i luoghi pubblici nei quali i cani vengono portati in passeggiata (ad es. parchi e marciapiedi) e le aree urbane o periurbane nelle quali siano presenti randagi o canidi selvatici nonchè le pensioni e i canili.

È sufficiente anche solo un soggetto portatore del virus per scatenare un’epidemia.

Vista l’elevata sopravvivenza di questo microorganismo nell’ambiente, un prato su cui siano state rilasciate delle feci può rimanere infettante per diversi mesi, allo stesso modo un ricovero che non sia stato adeguatamente disinfettato.

I cani a rischio di contrarre l’infezione da Parvovirus

È bene precisare che l’infezione da Parvovirus può interessare tutti i cani, di qualunque sesso, età o razza, sia vaccinati che non.

Il cane vaccinato che abbia sviluppato una buona risposta anticorpale può comunque contrarre l’infezione, ma il suo organismo affronterà e sconfiggerà l’agente patogeno prima che questo possa scatenare la malattia in forma grave e letale.

Al contrario, il soggetto non vaccinato, e perciò senza protezione anticorpale specifica, sarà privo di difese e in balia del virus, svilupperà la malattia in forma acuta e grave con sintomi devastanti.

I cuccioli e i cani appartenenti ad alcune razze particolarmente recettive, come ad esempio il Pastore Tedesco, il Labrador e il Rottweiler, sono ancora più a rischio.

L’acquisto o l’adozione di un nuovo cane non vaccinato o in fase di incubazione della malattia rappresenta un ulteriore situazione di rischio per quelli già presenti che non siano stati a loro volta immunizzati.

Particolare attenzione deve essere posta verso i cuccioli provenienti da allevamenti che non rispettano le norme igienico-sanitarie, dal commercio e dall’importazione illegale dall’estero, poiché non soggetti ai debiti controlli.

I sintomi della Parvovirosi

Come abbiamo accennato in precedenza, gli organi bersaglio del Parvovirus sono soprattutto il miocardio e i villi intestinali, pertanto la sintomatologia che ne deriverà sarà per lo più conseguenza di lesioni a questo livello.

I danni al miocardio, che si verificano solamente nei cuccioli di poche settimane, sono oggi un reperto piuttosto raro grazie all’immunità trasmessa dalle madri vaccinate ai piccoli.

Gli anticorpi colostrali, però, vanno via via diminuendo lasciando il cagnolino privo di protezione e dunque attaccabile dal virus a livello intestinale, a meno che non si intervenga con la vaccinazione al momento giusto.

Pertanto, i principali segni clinici saranno i seguenti, tutti riferibili a lesioni a carico della mucosa intestinale:

  • Vomito: sempre presente con numerosi episodi nell’arco della giornata
  • Diarrea: frequente ma non sempre presente, il più delle volte acquosa, scura e maleodorante
  • Disidratazione: conseguente alla perdita di liquidi con il vomito e con la diarrea ma anche effetto del minore assorbimento di acqua a livello della mucosa danneggiata
  • Depressione e debolezza
  • Anoressia (rifiuto del cibo)
  • Febbre: non sempre presente, in alcuni casi compare ipotermia

Coma e morte sono l’epilogo di questa sintomatologia, evenienza molto frequente nei soggetti non sottoposti a ricovero e cure veterinarie.

Il quadro clinico in corso di Parvovirosi è piuttosto caratteristico, sebbene i segni clinici non siano specifici e necessitano pertanto di ulteriori approfondimenti per ottenere una diagnosi certa.

La visita dal veterinario, il ricovero e le terapie

La Parvovirosi è una malattia altamente contagiosa caratterizzata da un elevatissimo tasso di mortalità nei cani non vaccinati.

Come regola generale, qualunque segno di alterazione nello stato di salute dell’animale deve spingere il proprietario a condurlo a visita.

Nel caso della Parvovirosi, la cui evoluzione è di solito piuttosto rapida, è indispensabile rivolgersi al proprio veterinario di fiducia alla comparsa dei primi sintomi.

Il veterinario, dal canto suo, procederà immediatamente con una visita generale accurata seguita, a seconda della necessità, da analisi del sangue (emocromo e ematobiochimico) e, in caso di sospetto, ulteriori test di laboratorio volti alla conferma del sospetto diagnostico.

Esiste la possibilità di eseguire un test rapido direttamente presso la Clinica, oppure inviare il campione di sangue ad un laboratorio esterno per l’esecuzione della sierologia o della biologia molecolare (PCR o RT-PCR), procedure che richiedono più tempo.

Vista la gravità del problema, le strutture più grandi che ne abbiano la possibilità procedono al ricovero dell’animale per la somministrazione di fluidi in infusione continua, indispensabili per contrastare lo stato di disidratazione.

Le terapie del caso sono in genere sintomatiche e volte in particolare a contrastare la diarrea, il vomito ed eventuali sovrainfezioni batteriche.

Avere a disposizione una degenza per gli infettivi e personale dedicato in grado di seguire il paziente 24 ore su 24 può fare la differenza tra la vita e la morte dell’animale.

Vaccinare contro la Parvovirosi vuol dire prevenire

Nonostante le cure e il ricovero, molti pazienti non riescono a superare la malattia, soprattutto i cuccioli, e giungono a morte per disidratazione.

La forma più efficace di prevenzione per la Gastroenterite Virale Canina è la vaccinazione.

Come abbiamo accennato in precedenza, gli anticorpi materni assunti con il colostro proteggono i piccoli per le prime settimane, ma tendono via via a diminuire.

Al di sotto di un certo limite, che viene raggiunto solitamente tra il primo ed il secondo mese di vita, il livello di protezione si abbassa notevolmente e deve essere rimpiazzato dalla produzione autonoma di anticorpi specifici.

È qui che entra in gioco il vaccino!
Purtroppo esiste un periodo finestra, non facilmente individuabile, all’interno del quale l’immunità passiva ostacola l’instaurarsi di quella attiva, pertanto al fine di rendere efficace e protettiva la vaccinazione è necessario procedere alla somministrazione del presidio immunizzante più volte.

Il primo intervento viene eseguito, di solito, tra le 6 e le 8 settimane di vita del cucciolo, con ulteriori somministrazioni ogni 2-4 settimane fino al raggiungimento delle 16 settimane di vita, momento in cui l’immunità contro questa malattia si considera raggiunta.

I richiami vaccinali successivi vengono pianificati dal veterinario in funzione del rischio cui il cane è sottoposto e delle altre vaccinazioni cui verrà sottoposto.

È importante ricordare che la vaccinazione è un atto medico e pertanto deve essere eseguita esclusivamente da un Veterinario iscritto all’Ordine Provinciale.

Vaccinare il proprio cane in maniera “fai da te”, oltre a configurarsi come abuso di professione sanitaria, comporta anche innumerevoli rischi, soprattutto quello di non proteggere adeguatamente il proprio pet.

Presso la Clinica Veterinaria Vetlife di Cosenza vengono seguite le linee guida per la vaccinazione indicate dal WSAVA (World Small Animal Veterinary Association).

La leptospirosi: una malattia da non sottovalutare

Avete mai sentito parlare di leptospirosi?

Sapete di cosa si tratta?

In questo articolo vi spiegheremo cos’è, come si contrae, quali segni clinici può causare, come difendere i nostri cani e, di conseguenza, anche i loro proprietari.

Affronteremo la questione rispondendo a poche e semplici domande, al fine di dare un quadro generale del problema.

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Cos’è la leptospirosi?

La leptospirosi è una grave malattia il cui agente eziologico è un batterio, una spirocheta per la precisione, chiamata Leptospira.

Esistono diversi sierotipi di Leptospira e i più diffusi nel nostro Paese, ma soprattutto quelli di maggiore interesse per la salute del cane, sono L. canicola, L. icterohaemorragiae, L. bratislava e L. grippothyposa.

La leptospirosi viene spesso indicata come la “malattia trasmessa dai topi”, ma questa definizione è molto riduttiva in quanto sono numerose le specie, sia domestiche che selvatiche, in grado di veicolare il suddetto patogeno, primi fra tutti i roditori selvatici (topi e ratti) ma anche bovini, suini, ricci e gli stessi cani dopo essere stati infettati.

Come si trasmette la leptospirosi?

L’animale infetto diffonde nell’ambiente le Leptospire attraverso le urine, le quali possono disperdersi su erba, terreno, acqua o alimenti.

Il cane, la specie di nostro interesse in questo articolo, contrae l’infezione quando entra in contatto, attraverso le mucose o soluzioni di continuo (ferite) con materiali contaminati dalle urine contenenti le leptospire.

Soprattutto nell’acqua stagnante, quando protetta dal calore e dai raggi solari diretti, questi agenti patogeni possono sopravvivere anche a lungo.

È bene precisare, però, che il batterio Leptospira sp. è in grado di penetrare attraverso le mucose ma non può oltrepassare la cute integra, necessita infatti di un accesso come una ferita, piccola o grande, oppure della cute macerata da una lunga permanenza in acqua.

Pertanto, quali sono le modalità grazie alle quali è più facile, per il cane, contrarre l’infezione?

In linea generale sono le seguenti:

  • Leccando direttamente le urine di una animale infetto
  • L’assunzione di alimenti contaminati da urine (ad esempio la ciotola di cibo o il sacco di mangime lasciati in balia dei topi)
  • L’ingestione di acqua proveniente da una pozza stagnante
  • La predazione di un topo o un ratto
  • Fare il bagno in acque contaminate

Tra le diverse modalità di trasmissione non bisogna dimenticare, inoltre, la possibilità di passaggio delle leptospire dalla madre al feto attraverso la circolazione sanguigna durante la gravidanza.

Quali sono le conseguenze dell’infezione?

Una volta contratta l’infezione, il tempo di incubazione può variare da pochi giorni fino a due settimane circa.

Attraverso la circolazione sanguigna il batterio si diffonde dal punto di ingresso (mucose o ferite) a tutto l’organismo.

L’evoluzione della malattia nel cane può variare da soggetto a soggetto, in alcuni casi è più lenta con un decorso cronico e sintomi lievi almeno inizialmente, in altri può portare ad una forma acuta e velocemente mortale se non trattata.

Gli organi maggiormente colpiti sono il fegato ed i reni.

I segni clinici della leptospirosi sono molto generici, pertanto in assenza di un sospetto specifico potrebbero non essere immediatamente interpretati nella maniera corretta, prolungando i tempi necessari per la diagnosi.

I sintomi più comuni in corso di leptospirosi acuta sono:

  • Febbre
  • Vomito e diarrea
  • Colorazione giallastra delle mucose (ittero)
  • Dimagrimento
  • Minore reattività
  • Apatia
  • Disidratazione
  • Abbondante produzione di urine
  • In alcuni casi tosse, difficoltà respiratorie e congiuntivite

Come si ottiene la diagnosi di leptospirosi?

Essendo i segni clinici piuttosto generici e aspecifici, la diagnosi definitiva si ottiene attraverso la conferma fornita da alcuni esami di laboratorio.

L’anamnesi può dare indicazioni molto utili per formulare il sospetto, soprattutto quando il proprietario riferisce alcune informazioni importanti come le seguenti:

  • Il cane viene portato a caccia
  • Il cane vive all’aperto
  • Il cane cattura i roditori
  • Il cane è stato portato di recente in campagna
  • Il cane ha fatto il bagno in un lago o in uno stagno
  • Nella casa in cui vive il cane sono presenti roditori infestanti che hanno accesso agli alimenti o alle ciotole del cane
  • L’ambiente in cui vive il cane è frequentato da altri animali selvatici
  • Il cane beve dalle pozze di acqua stagnante

Questi dettagli sono fortemente indicativi per il veterinario ma per la conferma del sospetto è possibile eseguire dei test sierologici o la PCR.

L’osservazione delle urine al microscopio per verificare la presenza del batterio non è sempre semplice e può dare come esito un falso negativo.

Si può curare la leptospirosi?

Trattandosi di una malattia batterica, la leptospirosi si può curare utilizzando degli antibiotici efficaci contro questo agente patogeno.

Il problema risiede, però, nei danni che l’infezione può aver già causato agli organi interni prima della diagnosi ed in attesa che le terapie abbiano il tempo di agire.

Il danno epatico o renale conseguente all’infezione potrebbe essere ormai irreversibile e rendere vane le cure del caso.

Gli esami del sangue (emocromo e biochimico), che vengono eseguiti di routine durante la visita clinica e a seguito della diagnosi, nonché l’ecografia addominale, forniscono importanti indicazioni sullo stato di salute generale dell’animale ed in particolare sulla condizione degli organi interessati.

Il più delle volte, oltre alla somministrazione di antibiotici, si rendono necessarie terapie di sostegno, come la fluidoterapia per la reidratazione, antiemetici ed antidiarroici per arginare il vomito e la diarrea, antidolorifici per controllare il dolore, epatoprotettori per il fegato.

Nonostante le terapie, specifiche e sintomatiche, l’esito è spesso fatale.

Come si previene la leptospirosi?

La prima regola per la prevenzione di questa malattia è far eseguire la profilassi al proprio Veterinario di Fiducia.

Le linee guida WSAVA (World Small Animal Veterinary Association) indicano la vaccinazione per la leptospirosi come non core, ovvero da eseguire previa valutazione caso per caso.

Nonostante ciò, la leptospirosi è una malattia estremamente diffusa e sono molte le occasioni per le quali un cane potrebbe entrare in contatto, diretto o indiretto, con questo agente patogeno.

Pertanto è buona norma confrontarsi con il proprio Veterinario di fiducia per eseguire una valutazione del rischio e decidere di conseguenza se vaccinare il cane contro questa malattia oppure no.

A conti fatti, la maggior parte dei cani è un buon candidato per la profilassi.

Il vaccino contro la leptospirosi viene solitamente somministrato per la prima volta insieme a quello contro le altre malattie per le quali il cucciolo viene protetto di routine (parvovirosi, cimurro ed epatite), e richiamato a cadenza annuale.

Sono disponibili diverse specialità vaccinali per la profilassi della leptospirosi, alcune delle quali contenenti più sierotipi di Leptospira sp.

Oltre alla profilassi immunizzante è consigliabile evitare tutte le situazioni di rischio, come ad esempio il contatto con i roditori (derattizzazione).

Tenere sotto controllo il proprio animale durante le passeggiate in campagna ed evitare che possa bere dalle pozze d’acqua stagnante è un’altra buona regola di comportamento.

Gli alimenti contaminati da feci e urine di roditori devono essere eliminati.

La leptospirosi è un pericolo per l’essere umano?

La leptospirosi è una malattia infettiva trasmissibile all’uomo.

Dal momento che un cane infetto è in grado di eliminare il batterio attraverso le urine, e quindi contagiare il proprietario e altri animali presenti in casa, bisogna porre moltissima attenzione al contatto con queste, soprattutto se il cane non è vaccinato o è esposto ai fattori di rischio precedentemente descritti.

Vaccinare regolarmente il cane contro la leptospirosi ha anche una valenza di sanità pubblica.

La detartrasi nel cane e nel gatto

L’ablazione del tartaro dentale, o detartrasi, è un intervento che nel cane e nel gatto, come nell’uomo, può considerarsi routinario, soprattutto visto l’allungarsi della vita media dei nostri amici e la grande incidenza dei casi di malattia parodontale.

Si tratta di un’operazione che viene eseguita in anestesia totale e che comporta la rimozione meccanica del tartaro con l’ausilio di strumenti simili a quelli dei dentisti “umani”, ossia gli ablatori a ultrasuoni.

Perché è necessaria? Quando e come viene effettuata? Quali benefici comporta? Continua la lettura di questo articolo e avrai le tue risposte.

 

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La malattia parodontale

La malattia parodontale, come suggerisce il nome, interessa le strutture adiacenti il dente: gengive, alveo dentale (lo spazio che accoglie il dente) e osso (mandibola e mascella).

Perché abbiamo nominato la gengiva?

Perché sono proprio i tessuti molli a dare i primi segnali della malattia alla quale seguirà l’accumulo di tartaro.

Che cosa accade nel dettaglio?

Nella prima fase della malattia parodontale si osserva l’accumulo di placca alla base del dente, un processo praticamente inevitabile nel corso del tempo, dato che giorno dopo giorno (ed anno dopo anno) la presenza dei residui di cibo permette lo sviluppo di numerosi ceppi batterici “commensali” che se ne nutrono senza arrecare danni né vantaggi all’ospite.

Purtroppo, però, questi batteri formano una sorta di pellicola resistente (film batterico) che, amalgamato a microscopici residui di cibo e cellule morte, va a formare la placca e, successivamente, solidificandosi e mineralizzandosi darà vita al tartaro.

Ciò accade primariamente negli interstizi tra i denti e nelle tasche che nel tempo si formano nella gengiva, per poi estendersi dalla base del dente fino a tutta la sua superficie, che assume una colorazione marrone ed inizia ad emanare cattivo odore.

I denti più colpiti sono i molari e i premolari, ma anche gli incisivi possono ammalarsi precocemente e spesso sono i primi a perdere stabilità.

Nei soggetti predisposti l’infezione può contribuire anche all’insorgenza di patologie collaterali come le dermatiti delle pieghe delle labbra, le ulcere linguali e del vestibolo buccale.

Abbiamo detto che si tratta di batteri “commensali”: essi approfittano della presenza di piccoli residui di alimento in un ambiente caldo e umido, a loro favorevole per riprodursi e diffondersi.

Sono quindi innocui?

Non proprio.

Effettivamente si tratta di popolazioni estremamente numerose e varie, spesso caratterizzate da resistenza agli antibiotici e, qualora dovessero diffondersi ad altri distretti dell’organismo, potrebbero portare conseguenze gravi e potenzialmente fatali per il paziente.

Le fasi avanzate della malattia parodontale vedono, oltre all’aumento del tartaro, la destabilizzazione delle radici dentali con la caduta di alcuni denti e la formazione di infezioni che possono esitare in fistole ed ascessi, coinvolgendo anche le strutture ossee che possono andare incontro a lisi e osteomielite.

Le fasi intermedie ed avanzate della malattia, nonché le patologie buccali collegate, rendono la masticazione difficoltosa e dolorosa, fino ad impedire all’animale di alimentarsi se non con cibo liquido.

Foto 1: accumulo di tartaro in un cane

I fattori che predispongono alla formazione del tartaro nel cane e nel gatto

Sicuramente il passare del tempo, con il raggiungimento dell’età geriatrica, è uno dei principali fattori che favorisce le forme più avanzate di malattia parodontale.

Nonostante ciò, l’inizio del problema affonda le sue radici già in giovane età.

Negli animali con una conformazione particolare della bocca, in particolare le razze canine brachicefale (quelle con il muso schiacciato!) quali

  • Boxer
  • Bulldog inglese
  • Bouledogue francese
  • Carlino
  • Shi-tzu

e molte altre oppure quelle feline, come ad esempio il gatto Persiano, la deposizione di placca batterica sarà ancora più veloce rispetto ad altri coetanei con un muso più allungato.

Anche la persistenza dei denti da latte, oppure traumi che abbiano modificato la disposizione della dentatura riducendo gli spazi interdentali o danneggiando i denti, possono favorire un precoce accumulo di placca e tartaro.

Le strategie per ridurre o rallentare la formazione del tartaro

Se, da una parte, esistono dei fattori che velocizzano questo fenomeno, dall’altra vi sono anche attenzioni in grado rallentare questo processo, come ad esempio l’utilizzo di un certo tipo di alimento piuttosto che un altro.

Anche gli integratori studiati per ridurre l’accumulo di tartaro, creati sotto forma di premi da masticare, oppure l’uso di giocattoli appositamente progettati possono influenzare positivamente la salute dell’area periodontale.

Prodotti in spray o gel che si applicano sulle gengive, con o senza l’ausilio di spazzolini, possono ridurre la carica batterica e, per questo, spesso vengono consigliati nelle fasi precoci della malattia o semplicemente come buona abitudine per mantenere una migliore igiene della bocca.

Va detto che l’efficacia di tutti questi ausili consiste nel rallentare il processo, ma non può sostituire il lavoro del veterinario una volta che il tartaro si è formato.

Quando è necessario intervenire?

Durante la visita clinica di routine, ad esempio in occasione del vaccino, il veterinario osserverà le condizioni della bocca e delle gengive.

Qualora fosse presente una qualche forma di malattia parodontale, questa è l’occasione per stadiarla in modo da programmare eventuali interventi necessari.

Per stabilire la gravità della patologia potrebbero rendersi utili approfondimenti diagnostici, come ad esempio gli studi radiografici del cranio, che sono in grado di evidenziare le radici dentali e l’eventuale coinvolgimento dell’osso.

Nelle fasi precoci si può optare, in accordo con il proprietario, per la correzione dello stile di vita e dell’alimentazione in modo da rallentare il processo, prescrivendo ad esempio prodotti locali per abbassare la carica batterica o in alcuni casi, a discrezione del medico curante, terapie antibiotiche per via generale, ad esempio nel caso di ascessi e infezioni gengivali importanti.

Spesso queste terapie fungono proprio da preparazione per l’intervento vero e proprio di detartrasi che, a seconda delle necessità, può prevedere, oltre alla rimozione del tartaro e alla pulizia degli spazi interdentali e delle sacche gengivali, l’estrazione di denti instabili o le cui radici siano state raggiunte dall’infezione.

L’intervento di detartrasi

Trattandosi di un intervento effettuato in anestesia generale, l’animale viene sottoposto agli esami preliminari che il veterinario curante stabilisce, come ad esempio il profilo emato-biochimico completo.

L’impiego di un anestetico gassoso, somministrato attraverso un tubo endotracheale dopo aver eseguito l’induzione con anestetici iniettabili, è necessario per rendere l’intervento quanto più sicuro possibile per i seguenti motivi:

  • monitoraggio strumentale con pulsossimetro (rilievo dei parametri vitali)
  • possibilità di ventilare l’animale in caso di apnea
  • evitare l’inalazione di frammenti di tartaro, di saliva o sangue
  • maggiore sicurezza garantita dall’anestetico gassoso.

Il medico veterinario si avvale sia dell’ablatore a ultrasuoni che di strumenti manuali come le pinze da estrazione.

Il tartaro viene completamente rimosso dalla superficie dei denti, anche nelle zone non visibili e all’interno delle tasche gengivali.

I denti instabili o quelli le cui radici siano state compromesse dall’infezione vengono rimossi, applicando punti di sutura ove necessario.

Se vengono rilevate neoformazioni gengivali o masse nei tessuti molli della bocca, il chirurgo provvederà ad asportarle in parte o interamente ed a far eseguire un esame bioptico.

Foto 2: intervento di detartrasi in anestesia generale

Foto 3: apparecchiatura per il monitoraggio anestesiologico

Cosa succede dopo la detartrasi?

Dopo l’intervento di detartrasi sono necessarie delle terapie antibiotiche per contrastare l’azione dei batteri della bocca, che rimangono presenti anche dopo la rimozione delle formazioni solide. L’animale deve ricevere anche un trattamento antinfiammatorio che velocizza il recupero e riduce la sensazione di dolore, così da ricominciare ad alimentarsi normalmente in tempi molto brevi.

Di norma la ripresa post intervento è piuttosto veloce.

Gli eventuali denti estratti non costituiscono un handicap in quanto la loro presenza comportava solamente dolore e infiammazione: una volta tolti viene a mancare anche il fastidio, con grande beneficio del paziente.

I controlli successivi servono a valutare le condizioni della bocca ed a monitorare l’eventuale rideposizione di placca e tartaro, che purtroppo potranno tornare a formarsi nel giro di alcuni anni e per questo è fondamentale che il proprietario segua attentamente le indicazioni del medico curante e porti a visita l’animale a scadenze regolari, anche a distanza di tempo dalla detartrasi.

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